Trapani, 13-04-2008

 

“Com’è cominciata io non saprei . . .”. Questa celebre frase di una ben nota canzone di Eros Ramazzotti potrebbe essere lo slogan del mio amore per i Misteri.

Mi chiamo Alessandro, ho appena 18 anni, compiuti peraltro il Giovedì Santo, e faccio parte ormai da cinque anni del ceto dei naviganti. Sinceramente non saprei spiegarmi questa così ardente passione verso i Misteri nata sin da piccolo. In verità non se la spiega nemmeno la mia famiglia, famiglia la mia che ha ben poco a che vedere con la processione sia in termini di tradizione, visto che nessun mio parente ha mai fatto parte di alcun ceto, sia in termini proprio di devozione. Basta considerare il fatto che mio fratello nemmeno sa quanti siano i gruppi, che mistero è quello del popolo, che giorno della settimana escono ecc.; mia madre li osserva solo ed esclusivamente il Venerdì Santo con lo sguardo disinteressato della spettatrice diffidente e mio padre va a farsi “a’ passiata” con mia madre per le vie del centro storico prima e della via Fardella dopo, solo perché è il “giorno dei misteri” e proprio non se ne può fare a meno di uscire per partecipare alla manifestazione con uno spirito religioso e culturale pressoché assenti, mettendo così nel registro della processione una per così dire doverosa firma senza senso, l’ennesima. Questo per rendere l’idea del contesto in cui sono cresciuto relativamente alla nostra amata processione, e che di quanto è incredibile e paradossale allo stesso tempo come abbiano potuto investirmi nell’animo fin dentro le vene senza più possibilità di uscita,  recandomi una inedita e singolare passione. Tutto ciò perché i misteri possono colpire chiunque veda qualcos’altro oltre quelle semplici statue, colui il cui cuore comincia ad avere un dondolio ritmico appena vede un’ "annacata", che si culla sulle dolci e meste note intonate dalle bande, colui che non ha mai rinnegato questa amena e disgraziata terra e mai lo farà.

I Misteri possono germogliare ovunque e crescere anche dove più lontanamente si possa immaginare, non solo nelle tradizionali famiglie degli stessi. E non è in questi ultimi casi, dove tramandarsi la passione di padre in figlio è scontato e doveroso, ma in quelli come il mio che emerge prepotentemente la grande potenza di questi gruppi, questa loro straordinaria comunicabilità emotiva.

Nonostante sia una manifestazione religiosa prima di tutto, la religione non ha per nulla fatto da collante tra me e i Misteri, ma al contrario sono stati loro a fare da ponte tra me e la religione: assurdo!

I misteri hanno bussato alle porte del mio cuore in tenera età e ne hanno subito occupato uno spazio importante, direi quasi fondamentale per la mia crescita, espandendosi sempre di più fino a raggiungere persino le zone più recesse che ci sono in me. Sin da piccolo sono cresciuto a pane e Misteri tra cassette, libri, opuscoli e quant’altro, ma anche tra i rimproveri dei miei genitori per questa mia, a loro modo di vedere, esasperata passione, che era ritenuta stancante. Ricordo anche come se fosse ieri il modo in cui aspettavo impazientemente il Venerdì Santo: al di là del fatto che i venerdì precedenti la processione mia zia mi accompagnava a vedere tutte le "scinnute" (cascava il mondo se me ne perdevo una), ma proprio nei due-tre giorni prima, il mio corpo era un ribollire di emozioni confuse tra loro. Ricordo anche la mia orrenda paura per gli incappucciati e per quelle vare che, me piccolissimo, mi sovrastavano. Era un’attesa senz’altro diversa da quella che vivo ora. Nel frattempo gli anni passavano, io crescevo e maturava in me l’idea di far parte della processione; ogni anno a fine processione mi promettevo di farla l’anno seguente e così tra queste raccomandazioni che facevo a me stesso sono andato avanti per 4-5 anni. Fino a quando per la processione del 2004, all’età di 14 anni, decido fermamente che avrei partecipato. Le soluzione per infilarmi nei vari ceti erano molteplici: popolo, fornai, muratori, metallurgici, ma la scelta più plausibile era quella dei naviganti, essendo un cugino di mio nonno, il sig. Giuseppe Crapanzano, console del ceto. Come in tutte le cose il destino gioca il suo ruolo e ringrazierò per sempre Dio di averlo fatto pendere dalla mia parte. Era uno degli ultimi venerdì di scinnuta, ricordo che il lunedì seguente sarei dovuto andare all’incontro dei fornai, quando uscendo dalla Chiesa del Purgatorio con i miei genitori incontro il sig. Crapanzano. Due parole, è fatta. Comincia lì, quel giorno, la mia fantastica avventura all’interno del ceto dei naviganti, che si concluderà solo quando Dio deciderà di chiamarmi a sé.

 

Come già citato sono 5 anni che sono in seno a questo ceto. Il primo anno sotto la guida del capo-console Ilardo, persona di cui al di là delle vicissitudini interne che lo hanno portato a lasciare il gruppo ho comunque un buon ricordo, porto il gonfalone. È l’anno dell’esordio, della prima uscita, delle prime emozioni. La prima volta è sempre la prima volta e resta un ricordo indelebile, che custodirò gelosamente dentro me. Il secondo anno è quello dello stendardo che porto tutt’oggi; una pesante responsabilità, lo stendardo rappresenta di fatto l’intera maestranza e solo chi serba dentro sé una profonda passione può avere il privilegio di portarlo. Ma se ho cominciato a portare lo stendardo e l’ho mantenuto negli anni il merito è solo ed esclusivamente di una persona di una incanto interiore indicibile e con un bagaglio morale e umano sconfinato. Questa persona è una ragazza che è entrata in punta di piedi nel ceto (questa è una cosa che non ho potuto constatare in prima persona essendo lei entrata nel ceto nel 2000 e io 4 anni più tardi, ma mi è stata riferita dai più), si è creata il suo posticino, poi con il carisma ma sopratutto con l’umiltà, lo spirito di sacrificio e di dedizione, che sono valori non comuni nella società odierna, ha allargato questo suo posticino fino a diventare una delle persone portanti, di cui davvero non possiamo fare a meno. E grazie a questi stessi valori, che cerca di infondere a tutti noi, uniti alla pazienza e alla volontà gestisce interamente da sola la processione. Lei ne è l’anima. Beh, se io sono dove sono è perché questa persona, al di là del sincero rapporto che si è creato non di semplice collaborazione lavorativa ma di stima e rispetto reciproci, si è saputa creare una voce in capitolo importante.

 

L’avventura nel mio gruppo non è stata certamente fine a se stessa ma impreziosita dalla conoscenza di gente che mi ha preso per mano quando ero ragazzino,mi ha aiutato a maturare e diventare una persona migliore. Il mio ceto è pieno di persone splendide, anche e sopratutto dal profilo umano, che in questi anni mi hanno dato tanto, mi hanno fatto crescere, mi hanno consolidato e reso vivida l’idea dell’onestà, della lealtà, della collaborazione reciproca, mi hanno insegnato a mettere in circolo il proprio amore, che facilita a tessere i normali rapporti sociali della vita di ogni giorno. Mi fanno sentire parte integrante della famiglia, perché più che un ceto siamo una famiglia, andiamo tutti d’accordo tra noi perché ognuno sa qual è la sua sfera d’appartenenza, entro quale recinto deve muoversi, ma sopratutto c’è una passione di base che accomuna tutti, che lenisce ogni piccolo screzio o disaccordo, perché alla fine si riesce sempre a trovare il punto d’accordo per il bene della processione, dal momento che questo è l’unico vero scopo comune, che fa sì che tutti remino dalla stessa parte. Tutto ciò è una cosa preziosa, una sorta di paradiso incantato e pur non conoscendo internamente nessuno degli altri 19 ceti vorrei immaginarmeli così tutti e 19. La nota che stona è che questa atmosfera dovrebbe regnare sovrana all’interno della totalità della processione, tra ceto e ceto, e purtroppo non sempre è così dando sfogo a egoismi e personalismi che la passione dovrebbe sedare.

 

Tra tutte le persone del mio ceto vorrei menzionarne solo alcune: quelle che ho avuto la possibilità e fortuna di conoscere bene, quelle a cui sono affezionato, che hanno creduto in me, che mi hanno colpito per il loro modo di interpretare il messaggio di questa processione e di esprimere la loro passione e in definitiva quelle a cui voglio veramente bene. Direi di cominciare dal vertice della piramide, quella che è per antonomasia la figura più prestigiosa nella scala gerarchica, che potrebbe dare adito ad atteggiamenti di superiorità, di "panza parata" ecc., Ignazio Bruno, invece, è tutto l’opposto. E’ una persona che, a differenza di tante altre, non conosco bene, non abbiamo un rapporto confidenziale, ma mi ha colpito molto sin dal primo giorno che l’ho visto nella veste di capo-console, per quel suo fare flemmatico, per quel suo comportamento signorile; ogni volta che c’è lui sto in silenzio, osservo tutto quello che fà e cerco di trarne un insegnamento anche da ogni suo piccolo gesto. Egli coltiva una passione esasperata per i Misteri ma non ha bisogno di mostrarla a nessuno, se la tiene stretta nel suo mondo lontano dagli egocentrismi. Molte persone nel nostro ceto assumono un comportamento simile al suo, ma penso che egli sia l’esempio per eccellenza da porre in primo piano: parlo del modo in cui vive tutto ciò, del modo in cui manifesta la sua passione e preferisce farlo lontano dalla luce dei riflettori, stando nell’anonimato, quasi calandosi nella realtà che appartiene a tutti. Il momento più emblematico ed esplicativo è l’uscita, dove si mescola fra tutti gli altri consoli e il mio sguardo che è tra lo stupefatto e l’ammirato si perde su questo "signore dei misteri".

 

Poi c’è il sig. Sanicola, console segretario, un misto di vitalità e simpatia, indispensabile per caricarci la notte quando siamo "sotto" il mistero e di mattina prima di entrare; il nostro gruppo ce l’ha impresso nel cuore. Sicuramente il “personaggio” del ceto a cui sono molto affezionato.

 

Una particolare menzione è doverosa farla per Mimmo Strazzera, la persona che mi ha insegnato a portare lo stendardo, cercando di limare ogni mio piccolo difetto, fino ad arrivare con una pazienza d’animo non indifferente al risultato finale avuto in processione. Ci vuole molta pazienza e solo la passione, la voglia di ben figurare, la dedizione può portare a determinati risultati.

Sono inoltre molto legato affettivamente al nostro battistrada Alessandro Marino, mitico compagno di viaggio, e al console Dario Crapanzano, la cui principale rara qualità è quella di sapersi fare voler bene da tutti.

Infine c’è Damiano Grimaudo, giovane console rampante. Questo ragazzo, mosso da una notevolissima passione per i misteri, cominciò come processionante nel '99 per concludere tale ruolo nel 2005. Condivisi con lui due anni di processione anche se a dir la verità avevo di lui un ricordo sbiadito; poi nel 2006 e 2007 non fu nemmeno dietro la nostra processione, per una scelta propria prima e un impegno lavorativo dopo. Quest’anno si presenta nella veste del tutto inedita di console, organizzando la nostra processione e devo ammettere che ha dato una grossa mano nel gestire con una precoce sapienza, i ragazzi. Solo  quest’anno comincio a conoscerlo e stringiamo un’amicizia alla cui base c’è l’evidente passione comune per i Misteri, ma mi sembra di conoscerlo da una vita. Abbiamo condiviso momenti bellissimi durante tutto l’arco della processione, alcuni anche che ti segnano un po’, che ti fanno ricredere su quello che sei o pensavi potessi essere, che ti permettono di guardarti dentro e ammirare estasiato un mondo genuino fatto di intense emozioni e puri sentimenti. Sinceramente non trovo le parole per descrivere questo ragazzo d’oro, forse perché determinate cose devi averle attorno per renderti conto di quelle che sono e le parole rappresentano talvolta uno strumento inefficace, o forse perché sono poco abituato ad avere vicino ragazzi come lui, che evade dai canoni del ragazzo tipo con inesistenti virtù morali che sforna la società moderna. E’ un ragazzo con un forte spirito collaborativo, ma sopratutto religioso e devozionale rari, di grande magnanimità, già degno malgrado la giovane età di potersi definire console. Certe sue frasi le conserverò per sempre dentro me, come segni del suo passaggio nel mio corpo. Conoscere Damiano penso sia stato un privilegio ed è fortunato chi ne ha la possibilità.

 

Tra tutte le persone del ceto, menzionate e non, spiccano due figure cardini indispensabili e, come due comete si differenziano per la loro bellezza e luminosità dal monotono quanto bello cielo stellato, loro emergono su tutti. Sono Carmela Surdo, moglie del vice capo-console Grimaudo, e una ragazza di 27 anni ma che per la sua saggezza ne dimostra almeno 30 di più, due persone di una umanità e bontà mai viste, con qualità umane insite, con una capacità di porsi amorevolmente verso il prossimo propria solo dei “grandi”, di commuoverti, di farti sorridere, di farti sentire importante, di coinvolgerti emotivamente e spiritualmente. Se in questi anni di appartenenza al ceto dei naviganti sono cresciuto sotto il profilo umano il merito va in gran parte attribuito a queste donne di una squisitezza d’animo fuori dal comune: mi hanno allevato come un bambino, mi hanno insegnato l’amare indistintamente, il sapersi dare al prossimo, il rispetto, l’altruismo, il sapersi sacrificare per il bene comune, il sapere stare in armonia, più semplicemente mi hanno insegnato a vivere. Hanno altresì profuso importanti valori religiosi a tutto il gruppo, alcuni anche simbolici come il rosario, ci ricordano cosa stiamo andando a fare, perché lo stiamo andando a fare, pretendendo lecitamente una discreta serietà. La signora Surdo, sempre affabile nei suoi modi di fare, possiede uno sguardo placido e profondo che ti colpisce dritto nel cuore, così la mattina del Sabato Santo quando sono allo stremo delle forze basta un suo sguardo per ridarmi vigore,  forza e serenità. Della seconda ricordo invece quel suo sguardo addolorato intriso di malinconia ma anche di compassione allorquando mi disse nella nostra sede che mi volevano levare lo stendardo, sapendo benissimo cosa significasse per me portarlo avendolo fatto anche lei in passato, una cosa che se ci si ferma alla superficialità dell’oggetto non si può comprendere ma bisogna andare oltre e allora si vede un qualcosa gravido di significato.

Ha un modo di vivere la processione tutto suo,nel quale si rispecchia un poco anche il mio. Vi ricordate di quella persona di cui parlavo prima grazie alla quale ancora oggi porto lo stendardo? Ecco, questa persona è lei. Si chiama Angela Corso signori. . .e non ce n’è per nessuno.

Quello di quest’anno è stato senz’altro l’anno più bello che abbia mai fatto sopratutto per i contenuti emotivi che mi ha regalato. Già nei martedì e mercoledì santi quando ci sono le due processioni della Madonna pregusti l’aria dei Misteri, avverti proprio che stanno arrivando, sono una sorta di antipasto: si vedono piacevolmente sempre le solite facce, si va tutto il giorno dietro la processione, si scambiano due chiacchiere di qua, due chiacchiere di là tra una battuta e un’altra.

Ma il giorno in cui davvero tasti con mano il clima dei Misteri è la vigilia, fatta di ansia, di tensione, di attesa spasmodica. È forse il giorno più bello, ricco di suggestioni potentissime: gli argenti, le aste, poi la prova dei portatori, infine l’addobbo. Siamo tutti lì: consoli, collaboratori, mogli di consoli, processionanti. Tutti a fare gruppo in una sorta di raccolta di forze sotto l’estremo e confuso vocio di sottofondo.

 

Quest’anno di  giovedì santo alle 11:00 sono già in chiesa. Pochi consoli, un bel po’ di persone di passaggio, so che il meglio è sempre la sera, comunque almeno una cosa l’ho vista: la vestizione del mistero. Ho partecipato anch’io in piccola parte, se non altro passavo gli argenti al sig. Figuccio. Mi sono sentito importante, collaborativo in una così fondamentale parte della vigilia. Si vive di piccoli gesti e sono proprio questi piccoli gesti, come il passare anche solo un pennacchio, che, valorizzati per come si deve, rendono grandi le nostre giornate. Finiamo, vado a casa, mangio un boccone di fretta e furia e mi catapulto in chiesa nuovamente. Entro, mi fermo, osservo inerme davanti il portone i gruppi nella loro globalità, ognuno sembra comunicarmi qualcosa che stento a carpire per la mia troppa piccolezza. Resto imbambolato lì, all’ingresso della navata centrale, un colpo di “ciaccola” mi scuote: è presto ma già quelli dell’abbigliamento stanno provando. Così proseguo avanti. Il pomeriggio e la sera sembrano volare, l’addobbo lo vedo incoscientemente fino alle tre di notte, poi è ora di andare a casa a riposare.

 

Ci siamo, è il giorno della processione. Finalmente. È il giorno che hai aspettato un anno intero, hai cercato di spingere con tutte le tue forze il tempo fino a lì e poi di bloccarlo affinché questo giorno duri il più a lungo possibile.

Ma il tempo si sa, è birichino, si diverte a prenderci in giro; così capita invece che tale giorno sembra non fartelo arrivare mai, te lo fa sudare, aspettare con ansia a tal punto da pensare che se non fosse arrivato proprio in quel momento ad aspettare un giorno di più non ce l’avresti fatta, te lo fà sognare 100 volte durante l’anno e pensi magari che una volta arrivato te lo farà godere per come si merita. E invece no. Paradossalmente non te lo godi nemmeno quando arriva. Perché te lo fa passare via in un baleno, in maniera così evanescente che non hai nemmeno il tempo di afferrarlo. È un giorno, uno solo su 365. Ma un giorno vola via senza che nemmeno te ne accorgi, neanche hai l’opportunità di fermarti, di realizzare quello che stai facendo, quello che stai vivendo, che già ti ritrovi tra abbracci e pianti. È come un fulmine: bisogna essere bravi a saperlo cogliere e a concentrare in pochissimo tempo tutto ciò che riesci a tirare fuori da te.

Sta di fatto che il Venerdì Santo è arrivato, l’incontro è per le 13:00 all’Associazione Capitani visto che la nostra sede è inaccessibile per lavori stradali. Sicché arrivo mezz’ora dopo, entro, saluto, guardo in faccia le persone più grandi e quello che significa per loro tale giorno glielo leggo negli occhi senza bisogno di commenti, prendo lo stendardo e vado fuori. Sto per le mie, non do conto a nessuno, mi isolo dalla massa, voglio viverlo egoisticamente solo questo momento, solo uno sguardo fisso che si perde nell’infinità del cielo. È  una concentrazione personale. Il  tempo cresce e con esso anche la mia tensione. Entriamo come ogni anno dalla sacrestia ma restiamo bloccati lì in attesa che escano i metallurgici. Io passo comunque anarchicamente. Non potrei. Lo so. Ma lo faccio lo stesso. Voglio andare a salutare i componenti del mio ceto radunati tutti davanti il mistero, ubicato proprio alla sinistra dell’uscita, immettente in chiesa, della sacrestia.

Dunque giunge anche il nostro momento,l a banda di Paceco intona le ultime note, ora tocca a noi. I ragazzi che portano le candele si avviano, io ed Emanuele, l’altro stendardista, rimaniamo dentro la chiesa poiché dovremmo uscire "annacandoci" solo quando la banda comincerà a suonare. Lui poco più avanti di me di circa 10 metri.

Penso tra me e me, la tensione è altissima. Quel portone, quella piazza ti mettono un’angoscia che nonostante i cinque anni ogni volta sembra sempre la prima, così le emozione che pensi siano le stesse si rinnovano sempre. Poi sto per uscire, si avvicina a  me Mimmo Strazzera. Mi dà un buffetto sulla guancia, visibilmente emozionato mi afferra la testa, la porge sulle sue spalle e inizia a piangere. Infine mi guarda come dire "Mi raccomando, Ale!". Il cuore mi si rimpicciolisce, ho un mancamento, sto per svenire dall’inaspettata emozione provata. Non ero pronto, non l’avevo messa in preventivo questa. Comunque mi riprendo giusto in tempo. Non voglio nemmeno versare lacrime sin da ora, devo trattenermi, almeno all’uscita voglio dare un’altra immagine. Esco con le gambe tremanti, la banda attacca, le note cominciano ad aleggiare e a pervadermi dentro ed ecco che pronte mi risuonano nella mente le parole di Angela "lo stendardo si porta con il cuore, lo stendardo si porta con il cuore..".    È come un rimbombare che assale il mio cervello. È un rimbombare lieve e dolce.  Perché è vero. È tutto vero. Era il mio cuore che dettava i tempi del leggero e soave dondolio, quasi impercettibile, era esso che portava me e lo stendardo. Il portone è già varcato, il mio sguardo si incrocia di nuovo con quello di Mimmo, che piange ancora più di prima, ma stavolta non riesco a trattenermi e una lacrima scende sola soletta rigando il mio viso. Un momento particolare, commuovente, di grande trasporto emotivo, sicuramente da rivivere. Alla fine sono in questi momenti in cui si mescolano emozioni comuni che si rafforzano i nostri rapporti, che ci fanno sentire tutti un’unica cosa.

 

E così anche per quest’anno l’uscita è fatta, l’abbiamo curata in ogni minimo dettaglio e siamo usciti come meglio non si poteva. Ma non dobbiamo cullarci, anzi continuare così concentrati durante la restante parte della  processione.

Siamo lontani, percorriamo le affascinanti vie del centro storico, per immetterci poi sul tardo pomeriggio in via Fardella. D’altro canto bisogna accontentare tutti, anche i commercianti. Sembra essere interpretata da coloro che ne gestiscono l’organizzazione come la processione dei favori e delle ripicche (vedi scalo d’alaggio NO COMMENT!). Ma checché se ne dica, a mio parere anche la processione in via Fardella ha il suo fascino, non irresistibile ma ce l’ha. La visione notturna dei sacri gruppi incolonnati in un’unica fila uno appresso all’altro ha comunque la sua suggestione. Forse anche perché da quando sono nato sono abituato a vedere i gruppi transitarvi. Sarà, ma io personalmente non li esimerei mai da questa tappa. Se poi si parla di quanti siano coloro effettivamente interessati o partecipi della processione tra quelli che vi passeggiano o sostano, se si parla di coloro che bivaccano, fumano, mangiano come durante una scampagnata, scambiando la via Fardella del Venerdì Santo come la spiaggia di San Vito a ferragosto, è un altro fatto, meramente condannabile,che non ottempera a quelli che sono i valori conformi a questa processione di chi ancora ci crede e dà l’anima per essa. Come quando abbiamo una ferita al braccio non tagliamo il braccio intero ma cerchiamo di curarla, ora penso che la risoluzione di questo problema, sociale più che altro, non debba passare dal taglio della via Fardella dall’itinerario.

Dopo circa tre ore di sosta riprendiamo il cammino, e insieme ad altri “picciotti” del mio ceto portiamo a spalla il nostro mistero fino a via Corallai, facendo anche la felicità dei portatori che si riposano un po’. I Misteri immersi nel buio notturno del centro storico penso che rappresentino la parte forse più ammaliante della processione tutta, un momento di rara bellezza e tutto contribuisce a dar vita ad uno scenario magico: il rumore delle “ciaccole”, gli “a posto!” dei caporali, le ombre delle statue riflesse sui bassi muri delle case. Verso le 4:30 ci togliamo da sotto le aste. Abbiamo l’appuntamento mattutino in sede. Siamo io, Damiano e il battistrada. Arriviamo i primi e abbiamo tutti i cornetti a disposizione. Ne mangio due, poi mi accascio sul divano e dormo una mezz’oretta. È subito tempo di ricominciare, mi sciacquo la faccia, afferro lo stendardo, esco fuori e con lo sguardo miro dritto al cielo di un azzurro terso: è già l’alba di un nuovo giorno. La temperatura è rigida, il vento mi taglia la faccia, cosicché in attesa di rimetterci in processione mi copro dal freddo avvolgendomi con il tessuto dello stendardo.

Ho modo di guardare  la faccia stanca ma non vinta di Angela, lo sguardo spossato ma sempre profondamente sereno della signora Carmelina per riprendere vigore.

Nel tempo di niente ci ritroviamo in via san Francesco alle porte di piazza purgatorio. Poco prima avevamo fatto una battuta sotto la sede del vescovo, verso il quale mi ostinai a non girare lo stendardo (lo si dovrebbe fare in segno di riverenza), semplicemente perché a mio semplicissimo modo di vedere non se lo merita. Ma se c’è una cosa, solo una, che ha fatto di buono è stato il congelamento della confraternita di san Michele; perché la confraternita è un’aggregazione di gente religiosa che si unisce in momenti di preghiera e di contemplazione religiosa, che segue un cammino di fede tutto l’anno.  Ma chiedere una confraternita, costituita solo ed esclusivamente da gente che va in processione sotto retribuzione e pensare che si ricostruisca la storia solo perché si vede tale gente vestita con abiti della vecchia confraternita che apre la processione, scusatemi è un’autentica BUFFONATA!

 

Sono stanco, molto stanco, ma la voglia di non entrare supera ogni cosa; fosse per me non entrerei mai. Così arriva anche il nostro benedetto momento, ci apprestiamo ad entrare, a renderci gagliardi protagonisti della parte più triste.

Nelle mie orecchie riecheggiano le note di "Cara Memoria". Il tempo di far scorrere lungo la mia schiena un brivido e impugno vigorosamente lo stendardo con un energia che non so da dove abbia potuto attingere. Comincio ad “annacarmi” solennemente. Lo sguardo è fisso in alto, cerco di accorciare la distanza con il cielo, di rallentare il tempo che corre troppo veloce, di sentirmi vivere, di sciogliermi nel mondo, di farmi dominare dalle emozioni. Attraverso la piazza in punta di piedi, sfiorando l’asfalto, entro a marcia indietro, con i miei occhi stavolta concentrati sulla commovente faccia espressiva del nostro Gesù, che è lì a due passi da me. Ora siamo dentro la chiesa, le ultime note. Ho Angela davanti me. Mi guarda addolorata, una lacrima le attraversa la gota. Si gira. Poi si volta di nuovo verso me quasi a volermi invitare a lasciarmi trasportare dalle emozioni. La banda smette di suonare nei tempi rigorosamente rispettati; addirittura c’è mancato poco che smetteva quando il mistero non era ancora completamente entrato. Non abbiamo fatto un entra ed esci. Ma non importa. Va bene così. Questo è il nostro stile, il nostro credo di vita, un credo fatto di onesta, lealtà e rispetto per le regole. Perché sono questi stessi valori che contraddistinguono la vita di un marittimo e contano più della sua stessa vita. Le multe, i protagonismi, le entrate di mezz’ora le lasciamo agli altri, noi ci prendiamo anche il nomignolo di "fessi", ma ci sta bene così perché siamo nel giusto e perché osserviamo ossequiosamente quello che le regole ci impongono di fare e questo è ciò che più conta. Perché per noi l’essere è più importante dell’apparire.

Così il gruppo è entrato, un colpo lungo di "ciaccola" e viene posato a terra.

 

È il momento degli abbracci, dei pianti, dei saluti. Incontro a me viene la signora Rack, che mi stringe forte a sé. Eh no!Stavolta proprio non ce la faccio. Cado in un pianto copioso che non riesco più a controllare; subito dopo c’è l’abbraccio più bello, quello che ti colpisce al cuore, te lo riga lasciandoti per sempre la cicatrice: io, Angela, Mimmo e Dario. Tutti insieme, uniti in una sola stretta, consapevoli degli sforzi fatti per pervenire a certi risultati. Mi portano via dalla chiesa e poco prima di uscire mi trovo davanti Emanuele. Succede tutto in un istante: ci guardiamo dritti negli occhi, facciamo entrambi un passo avanti, ci uniamo in un abbraccio, un solo forte abbraccio pervaso da un pianto pieno di significato, frutto dell’affiatamento venutosi a creare in questi quattro anni in cui ormai facciamo coppia fissa.

Arrivati in sede tutti sembrano essersi calmati. Tutti meno me e Damiano. Piangiamo stesi sul divano, ancora le nostre emozioni non sono rientrate nei ranghi e non facciamo niente affinché ci rientrino. Abbiamo bisogno di sfogarci; avevamo forse una tensione nervosa dentro maggiore rispetto agli altri, causa pressione. Per quanto riguarda Damiano derivante dal fatto di dover sopperire per la prima volta alla gravosissima assenza dello zio Andrea che ha lasciato un vuoto, l’anno scorso lasciato scoperto; personalmente perché forse era stata data al mio ruolo una responsabilità superiore di quanto non fosse stata data negli anni addietro.

Ma la scena clou del mio Sabato Santo deve ancora venire. Penso di avere provato già tutto, invece non ho provato ancora niente. Sta passando il simulacro della Madonna davanti la nostra sede, vogliamo esserci pure noi. È un momento di grande commozione, di elevata tensione emotiva; è un pianto esagerato, che muove gli animi di tutti i presenti. Sono passati circa trenta secondi dal momento in cui avevano adagiato la Madonna dinnanzi a noi, la processione deve camminare e Barbara, quasi dispiaciuto di portarcela via dai nostri occhi, ci guarda come dire “scusate, ma dobbiamo proprio andare”.

Così con questa potentissima emozione cala il sipario sulla mia processione 2008, si chiude in bellezza come meglio non poteva. Subito ti assale un vuoto dentro perché ti rendi conto che è finito tutto, anche se per noi tutto finisce non appena varchiamo la soglia del portone all’uscita. Può sembrare paradossale ma è così: appena comincia, finisce. La vera processione è prima, è tutto quello che non si vede, che è all’oscuro dagli occhi delle gente: l’attesa, la “scinnuta”, le prove, gli incontri ecc. La processione è tutto questo e nient’altro e solo chi c’è dentro la può toccare, può farne parte, viverla con tutti i suoi effettivi. Quello che si vede non è altro che il risultato del nostro infaticabile lavoro ed è lì per tutti, ma quello che coviamo dentro, quello che piangiamo, quello che è estremamente intimo dentro noi è tutto quello che non si vede. Sta proprio qua la differenza tra noi e il "tutti".

Io ho provato, attraverso questo scritto, a raccontare queste emozioni, almeno le mie, a trasmetterle a chi le legge e a chi ha avuto la fortuna di essere investito da questa mia stessa passione. Anche se sono cose queste che si raccontano da sole, che si dovrebbero vivere per comprenderle meglio; però forse per chi le sa, per chi le capisce, per chi le ha provate, anche solo leggerle può far sì che si immedesimi in questa situazione.

Spero solo di non avere annoiato con questo racconto, che si propone di essere una valvola di sfogo per una voce adolescenziale come la mia (voci adolescenziali, che troppo spesso stentano ad emergere, di ragazzi che preferiscono stare nel loro reiterato silenzio), e, nel ribadire la mia orgogliosità di appartenenza al ceto dei naviganti, ringrazio per la cortese attenzione. Le critiche le lascio fare  a chi vuole, io piuttosto mi attacco alle emozioni che questa processione, malgrado tutte le negatività che vengono notate e  “celebrate”, è capace ancora di darmi, e vivo una passione scevra da critiche osservazioni, poiché dei Misteri proprio non riesco a parlar male e nella marcia società del nostro tempo essi mi appaiono come l’unica patetica forma di sopravvivenza.

Alessandro Calamia

 

 

Alessandro Calamia